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Intervista a Gianni Di Gregorio, regista del film «Cittadini del mondo».

Con grandissimo piacere ed onore noi di Tuttoitalia siamo riusciti ad intervistare il grande regista italiano Gianni Di Gregorio.


Il film sta riscuotendo enorme successo, uscito già nelle sale italiane il 20 Febbraio e nelle svizzere uscirà il 12 marzo 2020. Abbiamo avuto l’opportunità di porre delle domande al regista, nonché anche uno dei protagonisti del film per capire meglio il tema di attuale importanza trattato e la situazione dei pensionati italiani in Italia che auspicano di vivere in una maniera dignitosa per la pensione che ricevano e per le loro aspettative di vita.


Da dov’è nata l’idea per questo film?

«L’idea è nata su suggerimento di un mio caro amico Matteo Garrone nonché collega con cui ho lavorato molto insieme. Lui sa che tra i miei temi principali amo rappresentare le storie degli anziani e dei pensionati che non se la passano troppo bene economicamente a causa delle pensioni basse, cosi ho deciso di rappresentare nel mio film questo tema italiano cosi conosciuto da tutti. Volevo parlare all’inizio di un pensionato solo che voleva andarsene dall’Italia per cercare un paese dove poter vivere più dignitosamente. La scrittura del film è durata quasi due anni e poi questo argomento mi ha appassionato a tal punto da aggiungere altri due protagonisti, quindi in totale sono 3 gli anziani desiderosi di emigrare all’estero. Nel frattempo, mentre stavo lavorando al progetto in Italia c’è stato un forte flusso di immigrazione che arrivava dall’Africa e attraccava con i barconi in Sicilia, e questo mi ha dato lo spunto per parlare anche di questo tema cosi importante tramite il personaggio del ragazzino africano Abu, che mi ha fatto capire che il vero viaggiatore era proprio lui, mentre i tre protagonisti erano solo tre velleitari e che c’è sempre chi sta in condizioni molto più disperate di noi».

Com’è riuscito a calarsi nei panni del «Professore», il personaggio interpretato proprio da lei?

«In realtà il ruolo del Professore è completamente autobiografico. Nella mia vita mi sarebbe piaciuto studiare per fare il professore ma non sono mai riuscito a laurearmi. Conservo ad ogni modo un grande interesse per il latino e il greco come materie da studiare. Mi sono buttato fin da subito nel cinema, per passione e amore di questa professione. Il personaggio dunque lo sento in maniera così profonda perché mi rappresenta in toto. Adoro il vino e la cucina italiana, sono indeciso e un sognatore proprio come lui. Per me l’aspetto culinario ha un ruolo molto importante, sia nella vita che nel film perché vuole essere visto come mezzo di aggregazione e inoltre aiuta a perdersi nei propri pensieri, e desideri».

Ha voluto rappresentare oltre alla crisi economica, anche quella umana nei suoi personaggi?

«Sì, certo. La solitudine e l’idea di essere soli spaventa sempre ed è purtroppo una cosa comune negli anziani. Ma c’è anche un altro aspetto molto importante che ci tengo a rappresentare, ed è la voglia di reagire e di prendersi in mano la propria vita. Magari, non la penseranno tutti come me, ma credo fermamente che non c’è un età per diventare vecchi sul serio. Io mi sento dentro ancora giovane e credo che non ci sia età per migliorarsi e per lottare. Questo aiuta a stare meglio con se stessi, in primis e poi con gli altri. Secondo la mia opinione, ci si può anche innamorare a qualsiasi età, non ci sono ne regole ne dettami. Non è giusto mettersi dei limiti o dei paletti anagrafici, così facendo ci si abbandona alla tristezza, invece bisogna sempre trovare la forza dentro di sé per reagire. Ho voluto rappresentare anche un tema a me molto importante che è il valore dell’amicizia. I tre personaggi sono uomini semplici, ma conservano quel lato umano e buono che li accomuna e che in realtà abbiamo tutti dentro di noi, solo che purtroppo ogni tanto ce ne dimentichiamo, ma credo fermamente sia importante renderci conto che tutti siamo dotati della bontà».

Perché ha scelto di rappresentare Roma e la «romanità» nel film?

«Io sono nato a Roma, ed è la mia città da sempre. Sono nato e cresciuto precisamente a Trastevere, proprio nel cuore e riconosco in questa città, anche se molto è cambiato, ancora un sentimento di accoglienza, di tolleranza e di apertura. Ho voluto rappresentare la mia realtà, che è un po’ un privilegio perché sono cresciuto in un posto in cui viene tutto il mondo a visitarlo, ma anche una condanna perché non riesco ad uscire, è come se fossi un po’ chiuso in una prigione. È il mio «osservatorio» personale e ammetto di essere anche un po’ pigro . Quindi il mio risulta essere un cinema locale dove rappresento la mia visione. Ci sono dei valori classici però, come l’ incontro al bar con gli amici, il chiaccherare dei problemi di fronte ad un bicchiere di buon vino che accomunano tutte le città d’Italia e non solo Roma».


Vuole spendere qualche parola sul grande attore Ennio Fantastichini che è venuto a mancare a fine film?

«Certo. Per me è stato un incontro bellissimo che conservo nel cuore. Non lo conoscevo personalmente, ma solo per fama e come artista, ma appena ci siamo visti è stato come se ci conoscessimo da sempre. È stato meraviglioso lavorare insieme a lui e non solo perché è stato un grande artista, ma perché era un uomo di grande umanità e moralità. È stata per noi tutti una enorme perdita, e ne stiamo ancora soffrendo molto. Non è riuscito a vedere il film terminato e anche questo ci ha procurato della sofferenza, perché non siamo riusciti a gioire tutti insieme. Ricordo che durante le riprese ci divertivamo, ridevamo molto e porterò per sempre nel cuore il nostro primo incontro. Nessuno dei 3 protagonisti si conosceva, ed io avevo chiesto al produttore di organizzare pranzo per poterci presentarci personalmente e per parlare del film prima delle riprese. Siamo andati in una tipica trattoria romana che conoscevo e durante il pranzo ci siamo ubriacati e non abbiamo mai parlato del film. È nata fin da subito una forte amicizia e quello per me era già chiaro che era l’inizio del film senza bisogno di troppe parole perché l’empatia e la spontaneità avevano preso il posto dei copioni. Hanno dato tutti tantissimo al mio film, un vero valore aggiunto che ha fatto la differenza».

Prossimi progetti in arrivo?

«Le idee non mancano mai, ma non è facile per me adesso che ho appena finito un film rimettermi subito a lavorare per farne un altro. Quando si termina di girare un film, si finisce con il sentirsi svuotati e privi di forza e inoltre ci metto un po’ a trovare il tema giusto per sviluppare un progetto importante. Mi piace molto dare dei messaggi, anche con ironia, ma ci tengo ad affrontare dei temi, piuttosto che raccontare solo una storia. Mi prendo un pochino di tempo per pensarci ancora e per trovare un altro argomento tanto importante quanto quello che è stato trattato in questo film. Ci tengo a dire anche che più della tecnica, il cuore e i sentimenti regalano le emozioni vere e il lato umano e profondo riesce a mettere in comunicazione i personaggi con la vita reale di noi tutti».



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